Celestini e Lensi, quarant’anni sotto canestro. «Oggi la partita più difficile è togliere i ragazzi dal divano»

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I due allenatori della Tiferno Pallacanestro si conoscono da quando avevano otto anni. Oggi lavorano insieme con le formazioni Under 13 e Under 14. In trasmissione abbiamo parlato di basket, scuola, amicizia e di quei 400 studenti delle medie che non praticano alcuna attività sportiva.

Quarant’anni fa erano due bambini di otto anni che avevano cominciato a giocare a pallacanestro. Oggi ne hanno 48, sono ancora amici, si frequentano con le rispettive famiglie, qualche volta vanno persino in vacanza insieme. E continuano a ritrovarsi su un campo da basket.

Davide Celestini e Filippo Lensi allenano i ragazzi della Tiferno Pallacanestro. Davide è il responsabile dell’Under 13, Filippo dell’Under 14. Ma c’è una particolarità: uno fa il secondo dell’altro. Una scelta voluta, perché i ragazzi possano crescere insieme e perché, evidentemente, dopo quarant’anni questi due non hanno ancora trovato il modo di separarsi.

In trasmissione abbiamo scherzato parecchio, ma siamo finiti a parlare di una questione che riguarda tante famiglie: i figli che non hanno tempo, i compiti, gli allenamenti, la fatica di convincerli a non mollare. E poi gli smartphone, i pomeriggi trascorsi in casa e una scuola media di Città di Castello dove, stando ai dati riferiti nel corso dell’intervista, circa la metà degli studenti non fa sport.

Davide, tu alleni l’Under 13, fai il secondo nell’Under 14 e segui anche il gruppo sportivo delle scuole medie. Ma quanto tempo passi in palestra?

«Parecchio, ma è una cosa che faccio volentieri. Il progetto con le scuole medie è particolarmente importante. Parliamo di una realtà che raccoglie circa 800 ragazzi. Da due anni il dirigente ha voluto riprendere l’attività del gruppo sportivo, un po’ come avviene nei college americani. I ragazzi tornano a scuola nel pomeriggio e possono allenarsi con personale qualificato. Non devono necessariamente essere iscritti a una società sportiva. Possono partecipare tutti».

E i ragazzi come hanno risposto?

«Bene. Lo scorso anno ne abbiamo avuti circa 70, tra maschi e femmine. Abbiamo partecipato ai campionati studenteschi e anche alla Junior NBA School League. Per loro è stata una bella esperienza, perché hanno potuto giocare con le divise delle squadre NBA. Ma la cosa importante è un’altra: alcuni ragazzi si sono avvicinati alla pallacanestro proprio grazie alla scuola. E questo per noi conta molto».

Filippo, veniamo a voi due. Tu alleni l’Under 14, Davide l’Under 13, ma vi scambiate anche il ruolo di vice. È per risparmiare sugli allenatori oppure c’è un motivo?

«No, no, c’è un motivo», ride. «Abbiamo deciso di lavorare insieme perché i due gruppi si conoscono già. Sono ragazzi che giocano insieme da qualche anno e molti hanno condiviso anche le attività scolastiche. Collaboriamo fin dall’inizio della stagione, facendo lavorare insieme i ragazzi quando è possibile. Alcuni dell’Under 13 possono giocare anche nell’Under 14. Crediamo che questo li aiuti a crescere».

Ma voi due da quanto vi conoscete?

«Da quarant’anni. Abbiamo cominciato a giocare a otto anni e adesso ne abbiamo 48. Ci siamo conosciuti grazie alla pallacanestro e siamo rimasti amici. Ci frequentiamo anche fuori, con le famiglie. Siamo andati persino in vacanza insieme».

Quindi il basket vi ha fatto trovare un amico per tutta la vita. È una cosa che raccontate anche ai vostri ragazzi?

«È quello che cerchiamo di fargli capire», interviene Davide. «A questa età magari pensano soprattutto alla partita, a giocare, a vincere. È normale. Ma quello che vivono oggi in palestra se lo porteranno dietro anche quando saranno grandi. Noi ne siamo un esempio. Abbiamo fatto tante esperienze insieme e ancora oggi condividiamo questa passione».

Vi faccio una domanda da padre, prima ancora che da giornalista. Mio figlio qualche volta mi dice che è stanco. Esce da scuola, deve studiare, poi ci sono gli allenamenti e torna a casa la sera. E ogni tanto mi dice che vorrebbe smettere. Succede anche ai vostri ragazzi?

«Certo che succede», risponde Davide. «E li capiamo, perché siamo genitori anche noi. Però cerchiamo di spiegare loro che bisogna imparare a organizzarsi. Noi abbiamo studiato, ci siamo laureati e abbiamo continuato a giocare. Io, quando posso, mi alleno ancora con la prima squadra. Non è sempre semplice, ma si può fare. Ai nostri ragazzi diciamo che prima viene la scuola, poi la pallacanestro. Ma se hanno preso un impegno devono cercare di portarlo avanti».

Filippo, tu insegni educazione fisica. Non pensi che qualche volta questi ragazzi abbiano davvero troppi impegni?

«Sì, può succedere. La scuola richiede tempo, ci sono i compiti e poi tutte le altre attività. Bisogna trovare una misura. Però credo anche che, arrivati a tredici o quattordici anni, i ragazzi debbano cominciare a capire cosa gli piace davvero. Non possono fare tutto. Se scelgono la pallacanestro perché è la loro passione, devono imparare a ritagliarsi il tempo per praticarla».

Io continuo a dire una cosa a mio figlio: lo sport ti aiuta a crescere e, soprattutto, ti tiene lontano da tante situazioni che sarebbe meglio evitare. Quando ero ragazzo, giocare a calcio mi occupava quasi tutta la settimana. E credo che mi abbia fatto bene.

«È un ragionamento che condividiamo», dice Filippo. «Oggi vediamo ragazzi che si annoiano, che non sanno cosa fare nel pomeriggio. Alcuni finiscono per perdere interesse anche nelle cose che prima gli piacevano. In palestra, invece, trovano gli amici, imparano a stare in gruppo, devono rispettare delle regole. Non è soltanto una questione di sport. Sono esperienze che aiutano a crescere».

E poi ci sono questi benedetti telefonini. Io vedo ragazzi che passano ore davanti a uno schermo. Una volta uscivamo di casa e tornavamo quando era ora di cena. Oggi sembra quasi che non sappiano più giocare. Davide, la situazione è davvero così complicata?

«Ti racconto una cosa. Quando il dirigente scolastico ci ha proposto di seguire il gruppo sportivo, ci ha dato un numero che mi è rimasto impresso. Su circa 800 studenti delle scuole medie, ce ne sono più o meno 400 che non praticano alcuna attività sportiva».

Quattrocento? La metà?

«Sì. E non parliamo soltanto di ragazzi che non fanno basket o calcio. Alcuni non vanno nemmeno in bicicletta. Passano molto tempo a casa, si fanno accompagnare dai genitori anche per piccoli spostamenti. Il dirigente ci disse una cosa molto semplice: se attraverso il gruppo sportivo fossimo riusciti a far alzare dal divano anche soltanto cento di quei ragazzi, sarebbe già stato un successo».

Ecco, questa dovrebbe essere una questione sulla quale fermarsi a riflettere. Perché qui non stiamo parlando di trovare cento nuovi giocatori per la Tiferno.

«Esattamente. Noi non vogliamo che tutti diventino giocatori di pallacanestro. Vogliamo che facciano qualcosa, che escano di casa, che si muovano, che stiano con gli altri. Poi magari qualcuno scopre che il basket gli piace e decide di continuare. Ma intanto abbiamo dato a quel ragazzo la possibilità di fare un’esperienza diversa».

Filippo, però dobbiamo anche aiutare questi ragazzi a trovare il tempo. Perché tra scuola e sport le giornate sono piene.

«È vero, ma dobbiamo anche vedere come utilizzano il tempo libero. Capita di prendere in mano il telefono pensando di stare dieci minuti e poi scoprire che è passata un’ora. Succede anche a noi adulti, figuriamoci a loro. Bisogna imparare a darsi delle regole. Gli smartphone sono strumenti utili, ma non possono occupare tutto il pomeriggio».

Chiudiamo con voi. Quarant’anni di amicizia, una vita trascorsa nella pallacanestro e oggi questi ragazzi da allenare. Ma quando entrate in palestra vi divertite ancora come una volta?

«Certo», rispondono sorridendo. «Altrimenti non saremmo ancora qui. Ci piace stare con i ragazzi, vederli migliorare e condividere con loro quello che abbiamo imparato. Poi, naturalmente, ci prendiamo anche un po’ in giro».

E di battute, durante la nostra chiacchierata, non ne sono mancate. Ma dietro le risate di Celestini e Lensi c’è un lavoro che merita attenzione. Perché allenare dei tredicenni significa anche confrontarsi con le loro difficoltà, con le famiglie, con la scuola e con un’età nella quale è facile perdere entusiasmo.

Loro lo fanno insieme, come hanno fatto tante altre cose negli ultimi quarant’anni. E chissà che tra quei ragazzi che oggi corrono dietro a un pallone non ci siano altri due amici destinati a ritrovarsi, fra qualche decennio, sulla stessa panchina.

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