Sansepolcro, la voglia di ripartire. Boncompagni: «Il Borgo è di tutti». Missaglia: «Dateci tempo per crescere»

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La presidente e l’allenatore bianconero a Tempi Supplementari. Una lunga chiacchierata tra calcio, giovani, difficoltà e futuro. Con una domanda che attraversa tutta la puntata: quando torneremo a vedere il Sansepolcro di una volta?

Ci sono piazze nelle quali vincere una partita non basta. Sansepolcro è una di queste. Qui il calcio ha una storia, una tradizione e soprattutto una maglia che per tanti anni è stata indossata da ragazzi cresciuti a pochi chilometri dal Buitoni. Gente che magari non aveva il talento per arrivare tra i professionisti, ma che quando perdeva una partita ci stava male davvero.

È anche da qui che siamo partiti nella puntata di Tempi Supplementari con Elisa Boncompagni, presidente del Vivi Altotevere Sansepolcro, e Claudio Missaglia, allenatore dei bianconeri.

Una puntata nella quale, lo ammetto, ho parlato anche da tifoso. Perché il Borgo è una di quelle squadre alle quali sono legato e proprio per questo certe domande non potevo evitarle.

La classifica, per una volta, l’abbiamo lasciata da parte. Volevo capire dove sta andando il Sansepolcro, quanto c’è di concreto nel progetto della società e soprattutto se sia possibile ricostruire quell’identità che negli ultimi anni, tra Serie D ed Eccellenza, sembra essersi un po’ smarrita.

Ne è venuto fuori un confronto interessante. Boncompagni non si è sottratta alle domande, Missaglia nemmeno. E qualche risposta, al di là dei risultati, merita attenzione.

Elisa, parto da te. Con tutte le difficoltà che comporta guidare una società come il Sansepolcro, rifaresti questa scelta?

«Sì, la rifarei. Io sono fatta così: quando decido di entrare in un progetto ci metto tutto quello che posso. Mio babbo Sergio si è avvicinato al Sansepolcro rispondendo a una richiesta di aiuto arrivata da altri imprenditori del territorio. Credo che chi ha un’attività, chi lavora e ha avuto delle soddisfazioni, debba anche cercare di restituire qualcosa alla comunità. Qui non parliamo soltanto della prima squadra. Abbiamo tantissimi ragazzi, 27 squadre da seguire, gli impianti, gli allenatori. C’è un lavoro enorme che spesso da fuori non si vede. E poi c’è un aspetto al quale tengo molto: dare a tutti la possibilità di giocare, anche a chi magari ha qualche difficoltà economica».

Questo è un merito che al Sansepolcro ho sempre riconosciuto. Però c’è un’altra questione. Io mi ricordo una prima squadra nella quale otto giocatori su undici arrivavano dal settore giovanile. Oggi quell’identità la vedo molto meno.

«Capisco quello che dici e credo che una parte del problema venga proprio da questi continui cambiamenti di categoria. Quando passi dalla Serie D all’Eccellenza, e poi magari risali, non è semplice dare continuità a un gruppo. I calciatori fanno le loro valutazioni, cambiano le esigenze. Due anni fa abbiamo vissuto un campionato bellissimo, abbiamo vinto e fatto felice tanta gente. Ma poi bisogna anche essere pronti a sostenere una categoria superiore. Il senso di appartenenza non lo ricostruisci in pochi mesi».

Claudio, tu sei arrivato sapendo che questa non è una piazza semplice. Qui quando vinci sembra tutto normale, quando perdi arrivano le critiche. Che cosa ti ha convinto?

«Proprio il progetto. Quando ho parlato con la società mi è stato detto chiaramente che si voleva lavorare su più anni, cercando di riportare i giovani in prima squadra. È una cosa nella quale credo. Però dobbiamo essere sinceri: non basta prendere un ragazzo dal settore giovanile e metterlo in campo per dire che abbiamo fatto un bel lavoro. Bisogna vedere se è pronto. E non parlo soltanto di tecnica. Ci vuole la testa, ci vuole la capacità di affrontare le difficoltà. Sono cose che si imparano con il tempo».

Però questo Sansepolcro all’inizio ha faticato parecchio. Che cosa non ha funzionato?

«Avevamo una squadra praticamente nuova e mancavano alcune caratteristiche. La società è intervenuta. Nelle prime partite arrivavamo anche abbastanza bene fino agli ultimi trenta metri, poi davanti facevamo fatica. Non è che i ragazzi non si impegnassero, anzi. La disponibilità non è mai mancata. Ma certe cose richiedono tempo. Io chiedo loro di provare, di sbagliare, perché è anche così che si cresce. Se un giocatore ha paura di sbagliare, difficilmente migliora».

Mi ha colpito una tua dichiarazione. Hai detto che devi crescere anche tu insieme alla squadra.

«Ed è vero. Sono al quarto anno da allenatore e questo è il mio primo campionato di Eccellenza. Non sono Guardiola o Mourinho. Ho ancora tantissimo da imparare. Non posso pretendere che i ragazzi capiscano tutto immediatamente, anche perché alcune delle cose che chiedo non erano abituati a farle. Lavoriamo insieme da poco più di due mesi. Io devo migliorare come allenatore e loro devono migliorare come calciatori. È un percorso che facciamo insieme».

Poi arriva la vittoria a Umbertide. Io, da tifoso, sono contento. Tu invece hai avuto parecchio da ridire, soprattutto sul secondo tempo.

«Perché abbiamo giocato male. Il risultato è importante, ci mancherebbe, ma io non posso guardare soltanto quello. Se mi accontentassi della vittoria non farei il mio lavoro. Il secondo tempo non mi è piaciuto per niente e l’ho detto. Dobbiamo essere contenti dei tre punti, ma anche capire che ci sono tante cose da sistemare».

Elisa, per te quella partita ha avuto un significato particolare. E non soltanto per la classifica.

«Sì, perché venivamo da giorni molto difficili. Il lutto che ha colpito Alessio Bracciatelli e la sua famiglia è stato qualcosa che ha segnato profondamente tutti noi. Quando succedono queste cose il calcio passa inevitabilmente in secondo piano. Abbiamo un gruppo molto giovane e non è semplice gestire emozioni così forti. Però ho visto i ragazzi stringersi attorno al loro compagno, ho visto una vicinanza vera. Claudio aveva ragione a essere arrabbiato per la prestazione, ma io ho guardato anche un altro aspetto. Quella domenica, per me, il gruppo ha dimostrato qualcosa di importante».

Ecco, Claudio, torniamo ai giovani. Io vorrei rivedere un Sansepolcro che riesca a portare stabilmente in prima squadra i ragazzi cresciuti al Buitoni. State già lavorando in questa direzione?

«Sì, e non da oggi. Fin dall’inizio ho parlato con la società e con Valerio Piccinelli. Penso, per esempio, ad Ameletti, che è un 2010 e si allena con noi. Quest’anno magari riuscirà anche a trovare qualche occasione, ma il lavoro è soprattutto per il futuro. Oppure penso ad Alunni, un 2009 che sta giocando. Non possiamo pretendere che un ragazzo di quell’età entri e ci faccia vincere le partite. Sarebbe sbagliato. Dobbiamo avere la pazienza di accompagnarlo, anche quando sbaglia».

Elisa, però il tifoso del Sansepolcro è abituato a una certa storia. E quando vede la propria squadra in difficoltà si arrabbia. Come vivi le critiche?

«Le accetto. Anzi, se una persona si arrabbia significa che al Sansepolcro ci tiene. Preferisco qualcuno che mi dica apertamente quello che pensa piuttosto che l’indifferenza. A qualche tifoso ho anche proposto di venire al Buitoni a bere una birra e parlarne insieme. Vorrei però che si capisse una cosa: oggi gestire una società sportiva è molto più complicato di quanto si possa immaginare. Ci sono responsabilità e adempimenti importanti. Per fortuna abbiamo un gruppo di soci e imprenditori che ci crede, che partecipa e condivide le decisioni. Io non sono sola e questo per me conta moltissimo».

Il Sansepolcro, quindi, non è la squadra della presidente Boncompagni?

«Assolutamente no. Il Sansepolcro non è mio, non è dei vicepresidenti e nemmeno dei soci. È di tutti. Io devo cercare di garantire che le cose vengano fatte bene, che ci sia una struttura e che le scelte non siano dettate soltanto dall’entusiasmo del momento. Abbiamo la responsabilità di costruire qualcosa che possa durare».

Claudio, ti faccio una domanda semplice. Per questo Sansepolcro viene prima la classifica oppure la crescita dei ragazzi?

«Le due cose devono andare insieme. Perché noi dobbiamo fare punti, dobbiamo mantenere la categoria e cercare di vincere le partite. Ma nello stesso tempo dobbiamo pensare a quello che sarà il Sansepolcro tra uno o due anni. Se riusciamo a far crescere dei ragazzi che poi potranno essere protagonisti in prima squadra, avremo fatto un buon lavoro. Non è una cosa che si improvvisa».

Elisa, allora te lo chiedo da tifoso. Quando torneremo in Serie D?

«Non posso darti una data. Sarebbe troppo facile fare una promessa del genere. È chiaro che vogliamo arrivare il più in alto possibile, perché nello sport si compete per vincere. Ma ogni passo deve essere fatto quando siamo pronti. Se torneremo in Serie D, dovremo avere una società e una squadra capaci di affrontarla. Non possiamo continuare a salire e scendere. Serve equilibrio, serve costruire».

È probabilmente questa la risposta più importante arrivata dalla puntata. Perché nessuno pretende che il Sansepolcro torni in Serie D domani mattina. O meglio, ogni tifoso lo vorrebbe, ci mancherebbe. Ma chi ha vissuto tanti anni di calcio al Buitoni sa bene che una categoria si può anche perdere. Quello che non si dovrebbe perdere è l’identità.

Boncompagni ha parlato delle responsabilità della società, Missaglia del tempo necessario per far crescere una squadra e i suoi giovani. Non sono promesse di vittoria e non mettono al riparo dalle critiche. Quelle arriveranno ancora, soprattutto se i risultati non saranno quelli sperati.

Ma almeno una cosa, dopo questa chiacchierata, è emersa: il Sansepolcro sta provando a darsi una strada.

Adesso bisognerà percorrerla. Senza cambiare direzione alla prima sconfitta e senza pensare di aver risolto tutto dopo una vittoria. Perché il Borgo ha bisogno di tornare a vincere, certo. Ma prima ancora ha bisogno di tornare a essere il Borgo.

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