
Dalla prima corsa dopo la maternità alle ultramaratone da 100 chilometri. Negli studi di Primo Piano Notizie e Televaltiberina abbiamo incontrato Marcella Martini e il suo coach Giovanni Terzini per parlare di una disciplina dove il vero limite è soprattutto mentale.
Marcella, tutto è iniziato nel 2018. Ti aspettavi che una semplice corsa potesse cambiare così tanto la tua vita?
«Assolutamente no. Avevo appena avuto il mio secondo figlio, ero in maternità e avevo bisogno di ritagliarmi un momento tutto mio. Mia madre mi dava una mano tenendo il bambino e io uscivo a correre. Dopo quella prima uscita non vedevo già l’ora di rimettere le scarpe. Da lì è nato tutto.»
Da una corsa per stare bene sei arrivata alle ultramaratone. Come è successo?
«È stato un percorso naturale. Mi sono posta subito l’obiettivo della Maratona di Firenze, poi ho sentito il bisogno di andare oltre. Sono arrivati i 50 chilometri e successivamente il Passatore, la 100 chilometri per eccellenza. Ogni traguardo raggiunto mi faceva venire voglia di cercarne uno ancora più impegnativo.»
Giovanni, quando hai capito che Marcella aveva qualcosa di speciale?
«Correvo con lei da tempo e vedevo che migliorava continuamente. Aveva qualità evidenti e una grande facilità di corsa. A un certo punto mi sono chiesto perché dovesse fermarsi al semplice livello amatoriale.»
Poi arriva la richiesta di prepararla per il Campionato Italiano della 100 chilometri.
«Sì, ed è stata una sfida anche per me. Venivo dal mezzofondo, dai 5.000 e 10.000 metri. Preparare un’ultramaratona significava affrontare una disciplina completamente diversa. Ho deciso di studiare, ho conseguito il brevetto federale da preparatore atletico e insieme abbiamo costruito un programma specifico.»
I risultati sono arrivati subito.
«Alla prima gara preparata insieme Marcella è salita sul podio del Campionato Italiano della 100 chilometri con un tempo di 10 ore e 48 minuti. È stato il segnale che il lavoro stava andando nella direzione giusta.»
Marcella, quanto conta il fisico e quanto la testa in una gara da 100 chilometri?
«Il fisico è importante, la genetica ti deve aiutare, ma nelle ultramaratone la differenza la fa la testa. Arriva sempre il momento in cui il corpo ti dice di fermarti. Se riesci a superare quel momento puoi andare avanti.»
Giovanni, sei d’accordo?
«Assolutamente sì. Il fisico lo puoi allenare, ma la forza mentale è quella che ti permette di essere costante ogni giorno. Marcella ha una determinazione fuori dal comune. Ogni obiettivo raggiunto diventa immediatamente il punto di partenza per quello successivo.»
La tua giornata inizia molto presto.
«La sveglia suona alle tre e mezzo del mattino. Prendo un caffè e parto. Che sia estate o inverno cambia poco. Se preparo un trail mi alleno nei boschi, se invece la gara è su strada lavoro sull’asfalto.»
Quanti chilometri percorri in un normale allenamento?
«Difficilmente meno di 15 o 20. Nei periodi di preparazione più intensa posso arrivare tranquillamente a 40 o 42 chilometri, come il giro del lago di Montedoglio.»
Dietro questi risultati c’è anche una famiglia che sostiene questa passione.
«Senza mio marito Matteo e mia madre sarebbe impossibile. Matteo, essendo stato uno sportivo, ha sempre capito quanto fosse importante per me. Oggi scherziamo spesso: prima ero la moglie del portiere, adesso lui è il marito della mamma che corre.»
Ogni anno percorri migliaia di chilometri.
«Solo in gara supero i duemila chilometri. Sommando gli allenamenti arrivo tranquillamente tra i quattro e i cinquemila chilometri l’anno.»
Cosa passa nella testa durante una gara che può durare anche dieci ore?
«Pensi a tante cose. Alla famiglia, alla vita quotidiana, a quello che farai una volta tornata a casa. Ma soprattutto ti senti fortunata. Fortunata perché stai facendo quello che ami.»
Giovanni, è davvero la testa che fa girare le gambe?
«Sì. Se parti con problemi o preoccupazioni difficilmente riesci a fare una grande gara. La serenità mentale è parte integrante della preparazione.»
Marcella, hai iniziato relativamente tardi. Hai mai pensato a quando smetterai?
«No, perché nelle ultramaratone incontri persone di ottant’anni ancora sulla linea di partenza. Questo sport ti insegna che non esiste un’età per smettere di sognare.»
Qual è il sogno che ancora insegui?
«Continuare a emozionarmi. Finché ogni gara saprà regalarmi qualcosa continuerò a correre. È questo il bello dello sport: non smettere mai di mettersi alla prova.»
Dietro ogni medaglia conquistata da Marcella Martini non ci sono soltanto chilometri percorsi o allenamenti all’alba. C’è una donna che ha trasformato una passione nata quasi per caso in una filosofia di vita. E accanto a lei c’è Giovanni Terzini, che ha saputo credere in un talento e accompagnarlo nella crescita. Una squadra che continua a guardare avanti, perché nel podismo estremo il traguardo non rappresenta mai la fine del viaggio, ma soltanto l’inizio della prossima sfida.



