Dukes Basket Sansepolcro, Alessandrini «Vogliamo superare quota 250»

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Il presidente guarda alla nuova stagione: la Serie C, il peso crescente del vivaio, il futuro dei giovani e una società che continua ad allargare la propria base

Duecentocinquanta ragazzi non sono soltanto un numero. Sono allenamenti da incastrare, palestre da riempire, famiglie da coinvolgere e soprattutto un movimento che negli ultimi anni ha continuato a crescere. La Dux Basket Sansepolcro riparte da qui, da una base sempre più larga e da una nuova stagione nella quale la Serie C resta la vetrina, ma il vero patrimonio continua a essere quello che succede dietro.

Michele Alessandrini, presidente della società biturgense, parla di mercato, staff e obiettivi, ma torna spesso sullo stesso punto: creare un percorso che permetta a un bambino di entrare in palestra e, se ne avrà voglia e qualità, arrivare un giorno fino alla prima squadra.

Presidente, partiamo proprio dai numeri. Avete ormai raggiunto quota 250 iscritti?

«Abbiamo chiuso la scorsa stagione molto vicini a quella cifra. Le iscrizioni sono già aperte e stanno arrivando tante richieste, sia da bambini che da bambine. Non voglio sbilanciarmi troppo, però l’obiettivo è superare quota 250. Per Sansepolcro e per il territorio sarebbe davvero un bel risultato».

Dietro quel numero c’è soprattutto la capacità di trattenere i ragazzi nel tempo.

«Ed è una delle cose alle quali teniamo maggiormente. Cerchiamo di dare a ogni ragazzo la possibilità di completare il proprio percorso nel settore giovanile. Poi è normale che arrivino l’università, il lavoro e scelte di vita diverse, ma vorremmo che la pallacanestro rimanesse comunque dentro di loro».

La Serie C riparte dopo una stagione nella quale è rimasto anche qualche rimpianto.

«È un campionato molto competitivo e lo sappiamo. Nella passata stagione abbiamo avuto anche degli infortuni che ci hanno complicato il percorso. In estate, però, abbiamo lavorato molto. Abbiamo rinnovato l’accordo con il nostro sponsor Romolini Immobiliare e costruito il roster cercando di intervenire nei ruoli nei quali avevamo maggiormente bisogno».

Cambia anche la guida tecnica.

«Lo staff è stato praticamente rinnovato. Il nuovo allenatore è Giovanni Caracchini, che arriva da Umbertide. Con lui ci sarà Alessandro Buttini, che ha giocato per diversi anni e mantiene un legame molto forte con la nostra società. Sarà assistente della prima squadra e probabilmente seguirà anche una formazione Under 15».

Quanto spazio avranno i ragazzi cresciuti nella Dux?

«Quest’anno il roster della prima squadra è composto da dodici giocatori e cinque arrivano dal nostro settore giovanile. Significa avere circa il 40 per cento della squadra formato da ragazzi cresciuti qui. Siamo alla terza stagione in Serie C e rispetto alle precedenti abbiamo aumentato questa percentuale. È una strada che vogliamo continuare a percorrere».

Per chi non è ancora pronto per la Serie C avete creato anche un passaggio intermedio.

«Sì, attraverso la collaborazione con la Libertas Anghiari. Abbiamo una sorta di seconda prima squadra nella quale i nostri giovani possono disputare un campionato senior di DR2. Continuano a giocare con l’Under 17 o l’Under 19 e, contemporaneamente, fanno esperienza contro giocatori adulti. È un modo per farli crescere senza mettergli fretta».

L’Under 17 che ha vinto il Pellico Barbagli è stata forse l’immagine migliore di questo lavoro.

«Quasi tutti quei ragazzi hanno fatto l’intero percorso nella Dux, dagli Scoiattoli fino all’Under 17. Non è una cosa scontata. Negli anni qualcuno smette, qualcuno prende altre strade. Riuscire a portarli fino alla soglia della maggiore età significa aver costruito qualcosa che va oltre il risultato di una partita».

Poi molti partono per l’università.

«È inevitabile. Succede ogni anno. Però il nostro obiettivo è anche trasmettere loro la voglia di continuare a giocare ovunque vadano. Mio figlio, per esempio, ha finito il percorso qui, è andato a Bologna per l’università, oggi lavora lì e continua a giocare a basket. Per me anche questo significa aver raggiunto un obiettivo».

Con un movimento così grande resta il problema degli spazi. Cosa succederà durante i lavori al palazzetto?

«Abbiamo parlato con il sindaco Fabrizio Innocenti e ci è stato confermato che la Serie C potrà continuare a giocare al palazzetto di Sansepolcro. Potremo utilizzare il campo anche per alcuni campionati giovanili. I lavori riguarderanno soprattutto l’esterno. Avremo qualche difficoltà in più con gli spogliatoi, ma la cosa fondamentale era riuscire a restare a Sansepolcro».

Il settore giovanile, intanto, continua ad allargarsi.

«Faremo quattordici campionati. Non è semplice, perché dietro ogni squadra ci sono allenatori, orari, trasferte e tantissima organizzazione. Abbiamo analizzato anche quello che non aveva funzionato nella stagione precedente e parlato con molti genitori per capire le criticità. Stiamo rimettendo tutto in fila e abbiamo riportato a Sansepolcro anche un tecnico storico come Silvio Bartolini».

Sta crescendo parecchio anche il movimento femminile.

«Sì, ed è una delle soddisfazioni più belle. Stiamo lavorando molto anche con le ragazze e nella scorsa stagione abbiamo avuto un risultato importante, con una nostra atleta che ha avuto la possibilità di esordire con la Nazionale italiana. È un segnale che ci spinge a continuare».

C’è poi il capitolo Special Olympics.

«È un’attività alla quale teniamo tantissimo. Con Fabrizio Magrini cerchiamo continuamente di fare un passo avanti. Abbiamo già organizzato eventi importanti e credo che oggi altre società vengano a Sansepolcro sapendo di trovare organizzazione e affidabilità. È un lavoro delicato, impegnativo, ma che restituisce moltissimo».

Chiudiamo con un argomento che conosce bene chiunque abbia un figlio che fa sport: i genitori. Quanto è difficile stare al proprio posto?

«Molto. Io sono dentro la pallacanestro da quarant’anni: sono stato giocatore, allenatore, genitore, dirigente e oggi presidente. Le ho viste praticamente tutte. E continuo a dire una cosa: più un genitore riesce a stare simbolicamente lontano dal campo, più il ragazzo cresce tranquillo, sano, rende meglio e soprattutto si diverte».

Quindi niente allenatori dalla tribuna.

«La partita vista dagli spalti è completamente diversa da quella che vive un allenatore a bordo campo. Più tensione creiamo fuori, più quella tensione arriva dentro. E quando parliamo di bambini non serve. Devono giocare, sbagliare, imparare e divertirsi. Il risultato, soprattutto all’inizio, viene dopo. La cosa più importante è che il giorno seguente abbiano ancora voglia di tornare in palestra».

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