Diego Diomedi (M5S): «Studiamo più dei nostri genitori, ma abbiamo meno certezze sul futuro»

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Il consigliere comunale di San Gemini racconta le difficoltà della sua generazione, dal lavoro agli affitti universitari. Poi l’impegno politico, il rapporto con gli altri giovani e il giudizio sulla giunta Proietti: «L’Umbria ha bisogno di dare opportunità a chi vuole restare».

Una volta, per molti ragazzi umbri, il futuro era abbastanza chiaro. Si studiava, si cercava un lavoro e, nella maggior parte dei casi, si rimaneva a vivere nella propria città. Oggi non è più così. Ci sono giovani che dopo la laurea preparano la valigia, altri che vorrebbero rimanere ma non trovano un’occupazione adeguata, altri ancora che devono fare i conti con affitti e spese sempre più difficili da sostenere.

Ne abbiamo parlato con Diego Diomedi, esponente del Movimento 5 Stelle e consigliere comunale a San Gemini, in provincia di Terni. Diomedi è un giovane che ha scelto di impegnarsi in politica, partendo proprio dal territorio. Ha una formazione in antropologia e guarda ai problemi della sua generazione con la consapevolezza di chi alcune difficoltà le ha conosciute personalmente.

Nel corso della nostra intervista abbiamo affrontato anche il tema della partecipazione politica, il confronto tra ragazzi di idee diverse e il lavoro della Regione Umbria. Con una domanda finale sul suo futuro, alla quale Diomedi ha risposto senza nascondere qualche incertezza.

Diego, parto da una considerazione personale. Quando ero ragazzo, negli anni Ottanta, difficilmente pensavamo di dover lasciare la nostra città, figuriamoci l’Italia. Oggi tanti giovani umbri cercano fortuna all’estero. Che cosa è successo?

«È cambiato molto. Quando qualcuno decide di andare via significa che probabilmente nel posto in cui è cresciuto non trova le condizioni per realizzare quello che vorrebbe. Può essere il lavoro, il desiderio di costruire una famiglia, un progetto personale. Il problema è che oggi studiamo molto più dei nostri genitori, ma spesso ci ritroviamo in una condizione peggiore della loro. Una volta bastava un diploma, poi è arrivata la laurea, oggi ci sono magistrali e master, ma tutto questo non garantisce più una sicurezza. E non riguarda soltanto i laureati. Anche chi cerca un lavoro che non richiede particolari titoli incontra difficoltà. Dobbiamo chiederci perché tanti ragazzi sentano la necessità di partire».

E allora che cosa dovrebbe fare la politica per convincerli a rimanere?

«Prima di tutto creare le condizioni perché possano farlo. Credo che la giunta Proietti abbia compreso questa necessità. L’Umbria deve diventare una regione nella quale sia possibile studiare, formarsi e poi trovare un lavoro che valorizzi il percorso fatto. Però ci sono anche questioni molto pratiche: la casa, i trasporti, il costo della vita. Penso al progetto Umbria Vai, agli investimenti sugli alloggi e all’università. E penso ai ricercatori, che spesso vivono senza sapere se il contratto verrà rinnovato. Non possiamo pretendere che un giovane rimanga se poi non gli diamo la possibilità di costruire qualcosa».

Hai toccato il tema degli alloggi. Ricordo quando frequentavo Perugia: si riusciva a trovare anche una stanza condivisa a prezzi accessibili. Oggi mi raccontano una situazione completamente diversa.

«È vero, e posso portare la mia esperienza. Quando studiavo a Perugia pagavo 150 euro per una camera. Oggi penso che quella stessa stanza possa costare il doppio. Mio padre fa l’operaio e il suo stipendio, nel frattempo, non è aumentato nella stessa misura. Questo fa capire quanto sia diventato difficile per una famiglia mantenere un figlio all’università. Perché non c’è soltanto l’affitto, ci sono la spesa, i trasporti, tutto il resto. Per questo ritengo importante il lavoro che si sta facendo in Umbria sugli alloggi universitari. Studiare non deve diventare un privilegio per chi ha maggiori possibilità economiche».

Su questo, però, mi piacerebbe vedere i giovani dei diversi partiti lavorare insieme. Il diritto allo studio non dovrebbe avere un colore politico. Vi confrontate anche con chi la pensa diversamente?

«Sì, con alcuni ragazzi e ragazze stiamo facendo ragionamenti interessanti. Credo che il diritto allo studio sia una delle questioni più importanti. Dare a tutti la possibilità di frequentare l’università significa anche permettere alle persone di conoscere idee diverse, confrontarsi con i docenti, sviluppare un proprio pensiero. È una questione che riguarda la democrazia. Poi naturalmente ciascuno mantiene le proprie posizioni politiche, ma il confronto deve esserci. E bisogna anche saper riconoscere le cose positive che vengono fatte, indipendentemente dalle appartenenze».

Un’altra cosa che mi interessa capire è come voi giovani vivete il rapporto con persone di culture e provenienze diverse. Noi siamo cresciuti in un mondo differente. Voi avete internet, i social, la possibilità di confrontarvi ogni giorno con ragazzi che vivono dall’altra parte dell’Europa.

«Da antropologo ti direi che alcune divisioni che vengono raccontate dall’esterno, spesso tra noi giovani non esistono nella stessa maniera. La rete ha cambiato tantissimo il modo di confrontarsi. Possiamo parlare con persone che vivono in altri Paesi, conoscere quello che accade nel mondo, condividere idee. È cambiata anche la politica. Prima il punto di riferimento era il partito, con le sue sedi, le assemblee e le riunioni. Oggi molta partecipazione passa attraverso internet. Naturalmente ci sono aspetti positivi e negativi, ma questa possibilità di entrare in contatto con realtà diverse è importante. Ci sono battaglie che accomunano ragazzi di Roma, Berlino o New York. Questo, secondo me, è uno degli aspetti positivi della globalizzazione».

Veniamo alla tua esperienza. Sei consigliere comunale a San Gemini. Ti faccio una domanda che rivolgo spesso a chi si impegna in politica: ma chi te l’ha fatto fare?

«Me lo sono chiesto anch’io, te lo assicuro! Magari all’inizio no, ma dopo qualche mese quella domanda arriva. Fare politica è complicato, soprattutto quando ti rendi conto che alcune cose non funzionano e cambiarle non è così semplice. Però poi succede che vuoi smettere, dici basta, e dopo un po’ ti ritrovi nuovamente a occuparti di una questione. Credo che sia qualcosa di più forte di noi. Vedi un problema e senti di dover fare qualcosa».

C’è anche chi pensa che dietro una candidatura ci siano interessi personali o economici.

«Ed è una cosa che mi dispiace, perché soprattutto nei piccoli Comuni la realtà è completamente diversa. Io, come consigliere comunale, percepisco meno di 200 euro all’anno. Non è certo per i soldi che un ragazzo decide di dedicare il proprio tempo alla politica. Vengo da una famiglia che non si è mai occupata di queste cose. Quando ho detto che volevo candidarmi a San Gemini, credo che per i miei genitori sarebbe stato più semplice accettare l’idea che volessi scalare l’Everest! Però penso che impegnarsi sia importante. Non importa se lo fai in un piccolo Comune o in Parlamento. Se riesci a cambiare qualcosa che non funziona, hai già dato un contributo».

Parliamo della Regione. Il Movimento 5 Stelle è parte della maggioranza che sostiene Stefania Proietti. Governare si sta rivelando più difficile di quanto immaginavate?

«Governare non è mai semplice. Dietro ogni decisione ci sono problemi, persone e situazioni delle quali magari dall’esterno non ci si rende conto. Però penso che questa giunta stia facendo un grande lavoro. Arriviamo da cinque anni di governo del centrodestra, durante i quali sono state prese decisioni che non condividevamo. Oggi vedo una maggioranza unita e impegnata. Penso anche al lavoro del nostro assessore Thomas De Luca. Si stanno affrontando questioni importanti e credo che la direzione sia quella giusta. Naturalmente c’è ancora tanto da fare».

Diego, proviamo a immaginare l’Umbria tra dieci anni. Come vorresti che fosse?

«Vorrei una regione che desse veramente spazio ai giovani. Una terra nella quale poter studiare e poi trovare opportunità per crescere, senza essere costretti ad andare altrove. Penso al turismo, alla cultura, ma anche alla sanità, dove si stanno avviando progetti che considero molto importanti. Vorrei un’Umbria accogliente, nella quale ciascuno possa sviluppare le proprie passioni e i propri interessi. Credo che le possibilità ci siano e che il lavoro avviato oggi possa dare risultati importanti negli anni a venire».

E Diego Diomedi, tra dieci anni, dove sarà? Sempre in politica?

«Questo non lo so. Spero soprattutto che tra dieci anni ci siano tanti ragazzi e ragazze impegnati in politica. Poi, se ci sarà Diego oppure no, non è importante. Quello che conta è che i giovani siano presenti, che abbiano voglia di partecipare e di contribuire alle scelte che riguardano il loro futuro. Perché l’Umbria deve ripartire proprio da loro».

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