Alla sala consiliare di Città di Castello un incontro promosso dai Giovani Socialisti. Dai referendum del passato alle centrali di nuova generazione, il confronto su sicurezza, ambiente e costi dell’energia. Con una domanda che interessa tutti: quanto potrebbero risparmiare famiglie e imprese?
Il nucleare è davvero una strada che l’Italia potrebbe tornare a percorrere? Dopo due referendum che hanno segnato le scelte energetiche del nostro Paese, la questione torna di attualità. Le tecnologie sono cambiate, la ricerca ha fatto passi avanti e il costo dell’energia continua a pesare sui bilanci delle famiglie e delle imprese. Ma restano anche le preoccupazioni legate alla sicurezza delle centrali e alla gestione delle scorie.
Se ne è parlato sabato 17 ottobre, nella sala consiliare del Comune di Città di Castello, durante l’incontro pubblico “Nucleare, ritorno al futuro”, organizzato su iniziativa della Federazione dei Giovani Socialisti e sostenuto dal PSI tifernate.
Una mattinata per provare a capire cosa sia cambiato rispetto al passato, quali possibilità offrano i nuovi reattori e se il nucleare possa trovare spazio accanto alle energie rinnovabili. Senza perdere di vista una questione molto concreta: il prezzo dell’elettricità che cittadini e aziende pagano ogni giorno.
A spiegare le ragioni dell’iniziativa è Tommaso Massimilla, esponente del PSI di Città di Castello, che ha accolto la proposta arrivata dai giovani socialisti.
Massimilla, perché avete deciso di affrontare proprio il tema del nucleare?
«Perché crediamo sia arrivato il momento di parlarne senza pregiudizi. L’idea è partita dai giovani della Federazione dei Giovani Socialisti, che seguono da tempo l’evoluzione della ricerca nucleare. Noi l’abbiamo sostenuta perché il problema dell’energia riguarda il futuro di tutti. Le rinnovabili sono importanti, nessuno lo mette in discussione, ma dobbiamo anche chiederci se da sole saranno sufficienti a garantire il fabbisogno di un Paese che vuole continuare a crescere. E poi c’è il tema dell’indipendenza energetica, che non possiamo ignorare».
Avete scelto una frase per accompagnare l’incontro: “Conoscenza oggi, nuove opportunità domani”. Che messaggio volete dare?
«Che prima di dire sì o no bisogna capire di cosa stiamo parlando. Non abbiamo organizzato questa giornata per fare propaganda politica o per sostenere una posizione ideologica. Abbiamo voluto mettere a disposizione dei cittadini le conoscenze di persone che si occupano di questa materia. Personalmente penso che il nucleare sarà una tecnologia importante per il futuro, ma credo anche che sia giusto discuterne partendo dai dati e dalle spiegazioni di chi la conosce».
A moderare l’incontro è stato Piero Duca, che ha richiamato l’attenzione sui due referendum del 1987 e del 2011, arrivati in momenti nei quali gli incidenti di Chernobyl e Fukushima avevano profondamente segnato l’opinione pubblica.
Duca, gli italiani si sono già espressi due volte contro il nucleare. Perché oggi dovrebbero tornare a discuterne?
«Perché non stiamo più parlando della stessa tecnologia. I due referendum si sono svolti in un clima particolare, dopo incidenti che avevano comprensibilmente spaventato le persone. A mio parere quelle scelte furono condizionate anche dall’emotività. Oggi, però, la situazione è cambiata. Esistono i piccoli reattori modulari, gli SMR, e soprattutto nuovi sistemi di sicurezza che possono funzionare anche senza l’intervento umano. Credo che sarebbe sbagliato non prendere in considerazione questi progressi».
C’è anche una contraddizione: l’Italia non ha centrali nucleari in funzione, ma acquista energia dall’estero, dove queste centrali esistono.
«È proprio questo il punto. Noi compriamo energia da altri Paesi e abbiamo impianti nucleari anche a poca distanza dai confini. Se dovesse verificarsi un incidente importante in Francia, ad esempio, non è che le conseguenze si fermerebbero alla frontiera. Secondo me abbiamo rinunciato ai vantaggi del nucleare, ma non possiamo considerarci completamente al riparo dagli eventuali rischi. È una questione sulla quale dovremmo riflettere».
Il capitolo più delicato rimane quello della sicurezza. Perché se da una parte si parla di centrali più moderne e di reattori di dimensioni ridotte, dall’altra il ricordo dei grandi incidenti del passato continua inevitabilmente a pesare.
Franco Cotana, professore ordinario di Fisica tecnica industriale all’Università degli Studi di Perugia, si occupa da anni di ricerca nel campo dell’energia e delle nuove tecnologie.
Professor Cotana, quanto sono sicure oggi le centrali nucleari?
«Molto più di quanto si possa immaginare pensando agli impianti del passato. La tecnologia ha fatto passi avanti enormi. Già le centrali occidentali di vecchia generazione erano costruite con standard di sicurezza elevati, ma oggi siamo arrivati a soluzioni ancora più avanzate. Con i piccoli reattori modulari la probabilità di un incidente viene ulteriormente ridotta. È importante comprendere che il nucleare di cui parliamo oggi è profondamente diverso da quello di alcuni decenni fa».
A Fukushima il problema fu anche il mancato raffreddamento del reattore. Oggi come si evita una situazione del genere?
«È proprio uno degli aspetti sui quali la ricerca ha lavorato maggiormente. Nei nuovi progetti si utilizzano sistemi di raffreddamento basati sulla circolazione naturale dell’acqua. In parole semplici, l’acqua si scalda, sale, si raffredda e torna verso il basso. Questo permette al reattore di continuare a raffreddarsi anche in determinate condizioni di emergenza, senza dipendere dal funzionamento delle pompe o dall’alimentazione elettrica. È quella che viene chiamata sicurezza passiva».
Si parla anche di centrali molto più piccole rispetto a quelle che conosciamo.
«Sì, ed è un’altra novità importante. I piccoli reattori modulari possono essere progettati con il nucleo collocato in profondità, protetto da strutture in cemento armato. E poi ci sono i microreattori, ancora più contenuti nelle dimensioni, capaci di produrre energia elettrica e calore. È un settore nel quale si stanno sviluppando soluzioni tecnologiche davvero interessanti, anche sotto il profilo della protezione degli impianti».
Ma il ritorno al nucleare avrebbe senso in un Paese che sta investendo sulle energie rinnovabili? E come si potrebbe conciliare questa scelta con gli obiettivi di riduzione delle emissioni?
A rispondere è Federico Rossi, professore ordinario di Fisica tecnica ambientale all’Università degli Studi di Perugia, impegnato nello studio dei sistemi energetici e delle tecnologie per la sostenibilità ambientale.
Professor Rossi, oggi si punta molto sul solare e sull’eolico. Che bisogno ci sarebbe anche del nucleare?
«Il punto è che le rinnovabili, pur essendo fondamentali, non sono sempre disponibili. Il fotovoltaico funziona quando c’è il sole, di notte non produce. Ma noi abbiamo bisogno di energia a qualsiasi ora, tutti i giorni dell’anno. L’Italia deve raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050 e per farlo dobbiamo aumentare la produzione da fonti rinnovabili. Allo stesso tempo, però, serve una fonte programmabile, che garantisca continuità quando le altre non sono disponibili. Il nucleare può rispondere a questa esigenza».
Quindi nucleare e rinnovabili potrebbero convivere?
«Non solo potrebbero, ma ritengo che dovrebbero. Non dobbiamo pensare a una scelta tra una fonte e l’altra. Serve un sistema equilibrato, capace di garantire energia in maniera continua e con un impatto ambientale compatibile con gli obiettivi che ci siamo dati. Le fonti fossili presentano problemi evidenti dal punto di vista delle emissioni. Il nucleare di nuova generazione può contribuire a superare questa difficoltà, anche grazie a tecnologie che prevedono sistemi di sicurezza più avanzati e una migliore gestione delle scorie».
Veniamo alla domanda che probabilmente interessa di più cittadini e imprenditori. Se l’Italia tornasse al nucleare, le bollette potrebbero diminuire?
«È una domanda alla quale non possiamo rispondere dando una cifra precisa. Sarebbe poco serio. Bisogna però fare una distinzione: una cosa è quanto costa produrre energia, un’altra è il prezzo che paga chi la utilizza. Il nucleare può avere costi di produzione superiori rispetto ad altre fonti, ma presenta un vantaggio importante, perché garantisce una produzione programmabile. E questo può incidere sul prezzo finale dell’energia».
In concreto, cosa potrebbe cambiare per una famiglia o per un’azienda?
«Dipende da molti fattori, a cominciare dal rapporto tra le diverse fonti energetiche e dalle condizioni del mercato. Però il concetto è semplice: quando posso contare su una disponibilità costante di energia, riesco a programmare meglio anche i costi. Per un’impresa questo è fondamentale. Non possiamo dire oggi quanto si risparmierebbe, ma avere una fonte stabile può contribuire a rendere il sistema energetico più efficiente e competitivo».
Il nucleare resta un tema sul quale le opinioni sono destinate a confrontarsi ancora a lungo. Le nuove tecnologie offrono prospettive diverse rispetto al passato, ma un eventuale ritorno dell’Italia alla produzione di energia nucleare comporterebbe investimenti importanti, tempi di realizzazione e scelte che coinvolgono anche la sicurezza e la gestione delle scorie.
A Città di Castello il confronto è partito proprio da qui, dalla necessità di conoscere meglio una tecnologia che per molti italiani resta ancora legata alle immagini di Chernobyl e Fukushima.
Perché la questione, al di là delle posizioni favorevoli o contrarie, è destinata a riguardare tutti. E non soltanto per ciò che potrebbe accadere nei prossimi decenni, ma anche per una delle preoccupazioni più immediate di famiglie e imprese: poter contare su energia sufficiente, sicura e a costi sostenibili.



