Dal 1984 in palestra, formatore nazionale, da dieci anni allena gli Esordienti a Sansepolcro
Il primo allenamento risale al 1984. Oggi Paolo Biggio segue gli Esordienti dei Dukes Basket Sansepolcro, dove è arrivato dieci anni fa, e forma i nuovi istruttori a livello nazionale. Lo abbiamo incontrato a bordo campo.
Paolo, riavvolgiamo il nastro. Da dove parti?
Dall’Isef di Firenze, che oggi sarebbe Scienze motorie. Poi le supplenze di motoria in tutte le scuole elementari, il Pino Basket, il ruolo di responsabile all’Africo. Sono passato a Montevarchi e ho fatto tutto il Valdarno come responsabile del minibasket giovanile. Ho allenato anche ad alto livello: la Serie B femminile a San Giovanni Valdarno, la Serie C ad Arezzo con una promozione importante. Poi faccio corsi, perché sono formatore nazionale dei nuovi istruttori, clinic e chi più ne ha più ne metta. Sono stato molto conciso.
Dal 1984 a oggi, sono cambiati i ragazzi?
Più che altro è cambiato l’ambiente intorno a loro. I ragazzi in teoria sono sempre gli stessi, però hanno più cose da fare, sono super impegnati. Io li chiamo piccoli adulti: hanno un’agenda in mano con tutto quello che devono fare durante la settimana.
Allenamenti, partite, trasferte, scuola. E poi bisogna anche farli divertire. Come si concilia tutto?
Il minibasket è un gioco-sport, va insegnato giocando. Conciliare tutto non è semplice. Ci mettiamo nelle mani dei genitori, perché senza i genitori non esisterebbero le società sportive. Con il loro aiuto riusciamo a fare trasferte, tornei, esperienze fuori e in casa.
Una volta la scuola aveva un ruolo centrale nella formazione sportiva. Oggi sono le società a colmare i vuoti?
In parte è vero. A scuola le ore di educazione motoria sono poche e le società compensano. Però molte società non sono attente alla pedagogia del minibasket. Conta la vittoria: se perdi non sei bravo, se vinci siamo tutti campioni. Le società devono cercare gente competente. Se l’istruttore non è competente, i bambini diventano l’oggetto della lezione e non il soggetto.
E i Dukes con le scuole?
Il rapporto è ottimo, da quando sono arrivato. Portiamo l’easy basket, un minibasket facilitato. Abbiamo creato una specie di succursale a Pieve Santo Stefano, e adesso abbiamo qualche bambino anche ad Anghiari.
Hai in mano oggetti di cristallo: basta un movimento sbagliato e i ragazzini si fanno male. Come lavori con i colleghi più giovani?
Da quando sono qui ho formato due o tre istruttori molto bravi. Uno quest’anno è andato a fare un’esperienza all’estero. Trovarli non è semplice. Sansepolcro è una piccola realtà, un po’ lontana dalle città più importanti, e trovare la gente giusta e formarla diventa più difficile.
Con gli Esordienti giocano tutti gli stessi minuti, ma quando perdono li vedo abbattuti. Come li consoli?
Cerco di fargli capire che stanno facendo un percorso. Quel percorso li porterà a migliorare, da soli e come squadra. L’obiettivo non è vincere a tutti i costi ma migliorare se stessi, anche in rapporto alla squadra.
Più stanno in palestra, meno stanno fuori. Ma a 13-14 anni tanti mollano.
I ragazzini vanno appassionati sotto tutti i punti di vista. Organizzo tornei fuori casa dove le famiglie delle altre società ospitano i nostri ragazzi, e viceversa. Ad aprile faccio il torneo in memoria di mio padre, con i ragazzi di Torino gemellati con noi, e anche lì le nostre famiglie li ospitano. D’estate c’è il campo a Cesenatico, per fargli fare esperienze lontano da casa. Tutto questo, insieme al lavoro in palestra, rende più difficile l’abbandono. Speriamo che il burnout non arrivi subito.
Domanda scomoda: i genitori. Ognuno pensa di avere Michael Jordan in casa.
Molto semplice: il rapporto è tranquillo. A me piace parlare, spiegare le motivazioni del mio lavoro e il mio interesse per i loro figli. I genitori sono sempre disponibili ad ascoltare. In trent’anni di carriera non ho avuto grossi problemi.
Da quest’anno inizia anche la crescita tattica e fisica. Come la imposti?
In teoria non bisognerebbe spingere troppo su strategia e tattica. A questi livelli è facile sbagliare e usare strumenti non adatti all’età. I ragazzini devono imparare a stare in campo, a passarsi la palla, a tirare. Si va per step. Con due o tre magheggi si potrebbe ottenere tutto subito, ma significherebbe sfruttare dei bambini, trattarli come oggetti e non come soggetti.
Come si vede Paolo Biggio nei prossimi anni?
Finché ho entusiasmo continuo tranquillamente. Quest’anno mi hanno chiamato anche all’Academy di Firenze come consulente per i giovani istruttori. Finché c’è la forza, si va avanti.



