Fiere di San Bartolomeo, la Chianina torna in gara: al parco Langer la sfida di 30 giganti bianchi

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C’è un toro di nome Oscar che pesa 16 quintali, e c’è una diciottenne, Lavinia Bianchini, che quest’estate ha rinunciato alle vacanze con i genitori per stargli accanto, insieme al nonno. È forse la storia più bella tra quelle che animeranno le Fiere di San Bartolomeo, il 22 e 23 agosto, quando il parco Langer tornerà a ospitare qualcosa che a Città di Castello non si vedeva da anni: una vera gara di Chianina, con oltre 30 capi pronti a sfidarsi in un campo allestito apposta per l’occasione.

Non è un dettaglio da poco. La sfida nasce dal lavoro fatto insieme dal Comune e dagli allevatori del territorio, con l’Associazione Allevatori dell’Umbria e delle Marche e l’Associazione Nazionale Allevatori Bovini da Carne, in una regione che ormai è la prima in Italia per la Chianina, con 450 aziende e 13mila capi. Intorno ai bovini, protagonisti assoluti, il parco si riempirà anche di pecore, capre, galline e cavalli, e dei trattori d’epoca del Club Landini Alto Tevere. Tornano pure Carabinieri, Polizia di Stato e Vigili del Fuoco con le loro unità cinofile, sempre tra le attrazioni più amate da grandi e piccoli, mentre per i bambini ci saranno la fattoria didattica di Dora e il battesimo del pony. E poi i Balestrieri, la Pro Loco di Piosina, lo stand della Madonna del Latte, e in centro storico – tra piazza Matteotti, Fanti e Gabriotti – la classica fiera delle merci, sabato e domenica.

“Un’edizione speciale, che segna un cambio di passo”, l’hanno definita il sindaco Luca Secondi e l’assessora Letizia Guerri, presentandola insieme agli allevatori. Ma a colpire, nella conferenza stampa, è stata soprattutto la storia di Lavinia: da anni in prima linea nell’azienda di famiglia, ha passato l’estate ad aiutare il nonno Francesco Fedeli a preparare Oscar per la gara. “L’allevatore è un presidio del territorio che non deve scomparire”, ha detto Fedeli insieme a un altro allevatore storico, Cesare Lucaccioni, chiedendo più sostegno alle istituzioni “anche contro gli stereotipi culturali” che troppo spesso pesano su chi lavora con gli animali.

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