Pallavolo Città di Castello, Alcherigi: «La serie B deve diventare casa nostra»

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Martedì sera in palazzetto c’erano tutti. Serie B, serie C, l’under 19 e giù fino ai bambini dell’under 12. Non capitava da mesi. «È stata una gran bella emozione, devo essere sincero», ammette Mauro Alcherigi, direttore sportivo della Pallavolo Città di Castello, ospite della prima puntata stagionale di Time Out.

Il resto lo raccontano i numeri. Sei anni senza un campionato nazionale. Un budget cresciuto di oltre il 40%. Diciotto giocatori affidati a Marco Bartolini, quasi tutti presi nel raggio di venti chilometri. E mille persone sugli spalti, la scorsa primavera, tre partite di fila.

Come è ripartita l’estate? «Tutti gli atleti dei campionati agonistici sono tornati in palestra. Non siamo ancora al completo, un 20% è in vacanza con le famiglie: siamo dilettanti, è giusto che sia così, li riavremo a fine mese. La B lavora in doppia seduta come la C e l’under 19. La mattina con il preparatore Riccardo Masi, il pomeriggio alla Montesca. E poi c’è una cosa che mi colpisce: in queste settimane tanti ragazzini chiedono di tornare a giocare. 2014, 2015, 2016. Anche più piccoli.»

Avete iscritto tutte le categorie tranne la D. Perché? «Volevamo alzare l’asticella. Siamo stati l’unica società a fare domanda di ripescaggio in C e siamo entrati. Quella squadra avrà qualche elemento più esperto, ma il grosso sono ragazzi dal 2008 al 2010. Serve a prepararli ai campionati nazionali.»

La rosa della B è chiusa? «Sì, diciotto giocatori. Una scelta fatta con Marco. I nostri ragazzi lavorano o studiano, con un organico ampio non ci troviamo mai scoperti.»

Quanti sono arrivati da fuori? «Tre, quattro al massimo. Il resto è chilometro zero, da Sansepolcro a Città di Castello. E anche chi viene da fuori qui ci ha già giocato: Cappelletti ha fatto tre anni, poi Troiani, Roberto Buongiorno. Nel 2023 sono usciti una ventina di ragazzi, quest’anno ne sono rientrati dodici o tredici. Non abbiamo detto niente quando sono andati e non diciamo niente adesso. È mobilità normale.»

Quanto conta il pubblico in queste scelte? «Molto più di quello che si pensa. Un ragazzo che sceglie di venire qui lo fa anche perché si gira verso la tribuna e non trova cinquanta persone, ne trova mille. Cinquecento in trasferta. Roba che succede solo dove c’è un legame vero. È una forza che non ha nessun altro, ma è pure una responsabilità. Per questo stiamo parlando con una parte importante della tifoseria: vogliamo capire come lavorare insieme dentro la società. E chiunque voglia dare una mano può entrare. Servono dirigenti, accompagnatori, gente presente alle partite e agli allenamenti. Non per forza genitori.»

Ai ragazzini chiedete cinque allenamenti a settimana. Non è troppo? «È un impegno, lo so. Anche per le famiglie, con un bambino di dieci anni. Ma è quello che ci permette di competere con una squadra fatta soprattutto di ragazzi normodotati. Qualche eccezione c’è, penso a Cesare Martinelli, due metri, classe 2010. Però negli anni Novanta siamo andati in A2 con una squadra di gente da un metro e ottantacinque. L’obiettivo è tirare fuori il massimo da ognuno. Il massimo di ognuno è diverso, ma quando lo raggiungi dalla palestra non esci mai scontento.»

E i rapporti con le altre società dell’Alto Tevere? «I dodici giocatori arrivati vengono tutti da qui. E qualcuno è uscito, andando dove serviva. Quando un ragazzo chiede di spostarsi, il tuo compito è renderglielo semplice. Poi la cosa fondamentale è una: pari dignità. Chi hai davanti lo rispetti per storia e cultura sportiva, anche se è più piccolo di te.»

L’obiettivo dichiarato? «Salvarsi e consolidarsi. Poi magari i ragazzi faranno sognare un po’ di più, e va benissimo. Ma quando si torna in un campionato nazionale non torna solo una squadra, torna una società. Dobbiamo riprendere il rodaggio. La B deve diventare il campionato dove Città di Castello sta di casa, maschile e femminile. Poi se cresci giocatori importanti e hai le risorse, sali.»

Il precampionato comincia a settembre: due amichevoli a San Giustino, la trasferta di Arezzo e tre test in casa, tra cui quelli con Falconara e con Arezzo.

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