Domenica 20 settembre l’iniziativa del Comune e dell’Anpi per ricordare gli internati militari italiani. Le lettere, mai recapitate alle famiglie, raccontano una pagina dolorosa della storia sangiustinese
Sono rimaste per decenni dentro l’Archivio storico del Comune. Centoventisette lettere scritte da cittadini di San Giustino rinchiusi nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda guerra mondiale e mai arrivate alle loro famiglie.
Da questo ritrovamento nasce «Ci fu chi disse no», l’iniziativa promossa dal Comune di San Giustino insieme alla sezione Anpi “Adele Bei” di San Giustino e Citerna, in programma domenica 20 settembre alle 10 nella sala del Consiglio comunale.
Una mattinata dedicata agli Internati militari italiani, i soldati che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 finirono nelle mani dell’esercito tedesco. Furono circa 650mila gli italiani deportati in Germania e costretti a lavorare in condizioni durissime. Più di 50mila non tornarono a casa. La maggior parte rifiutò di aderire alla Repubblica sociale italiana e di collaborare con i tedeschi, pagando quella scelta con mesi e anni di prigionia.
Anche San Giustino porta dentro questa storia una ferita importante. Le ricerche, ancora in corso, fanno pensare che i sangiustinesi internati potessero essere quasi il doppio rispetto alle 127 lettere oggi conservate nell’archivio comunale.
Dopo i saluti del sindaco Stefano Veschi, della presidente Anpi Mari Franceschini e del presidente Anei di Perugia Marco Terzetti, Luigino Ciotti presenterà il libro I campi di Tullio, ispirato alla storia del padre, anche lui internato in Germania.
Seguiranno letture, testimonianze e racconti affidati ai familiari di alcuni dei prigionieri sangiustinesi. La professoressa Laura Giangamboni, che ha curato la ricerca archivistica, illustrerà invece il lavoro compiuto sulle lettere e le modalità attraverso le quali i discendenti potranno consultare la corrispondenza conservata nell’Archivio storico.
A coordinare gli interventi sarà Amedeo Zupi dell’Anpi provinciale di Perugia. Un modo per restituire nomi, volti e voce a una pagina di storia che, a più di ottant’anni di distanza, continua a parlare alle famiglie e all’intera comunità.



