Città di Castello celebra San Francesco, chiesa gremita per la messa con mons. Domenico Cancian

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Il vescovo emerito ha presieduto la celebrazione del 4 ottobre. Al centro dell’omelia la povertà, l’umiltà e la radicalità della testimonianza del Poverello

Una chiesa gremita di fedeli ha accompagnato domenica 4 ottobre la celebrazione della festa di San Francesco d’Assisi nella chiesa di Città di Castello dedicata al Poverello. Un momento particolarmente significativo nell’anno dell’ottavo centenario della morte di San Francesco, che ha riunito comunità, religiosi, autorità civili e militari.

A presiedere l’Eucaristia è stato il vescovo emerito Domenico Cancian, insieme a numerosi sacerdoti e religiosi della Chiesa tifernate. La celebrazione è stata accompagnata dalla Schola Cantorum “Anton Maria Abbatini” e dalla Confraternita di Santo Spirito.

Il pontificale delle 18 ha rappresentato il momento conclusivo delle iniziative promosse dalla Diocesi e dalle famiglie francescane, dopo la celebrazione del Transito di San Francesco, presieduta la sera precedente dal vescovo diocesano monsignor Luciano Paolucci Bedini.

Nella sua omelia, mons. Cancian ha riportato Francesco al cuore della fede cristiana, ricordando che «i santi sono pagine vive del Vangelo, e il Vangelo è sempre attuale».

Partendo dalla chiamata ricevuta da Francesco a San Damiano, «Vai, Francesco, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina», il vescovo emerito ha spiegato come quell’invito non riguardasse soltanto le chiese, ma prima di tutto la trasformazione della propria vita secondo il Vangelo, quindi la Chiesa e, infine, il mondo.

«Francesco è chiamato a riparare, sì, la Porziuncola, ma cambiare la sua vita, cambiare la Chiesa, cambiare il mondo», ha sottolineato.

Un altro passaggio dell’omelia è stato dedicato alla luce di Cristo, che Francesco riflette attraverso la radicalità della sua scelta. Povertà, umiltà e carità diventano così gli elementi centrali di una vita vissuta nella sequela del Vangelo.

Mons. Cancian ha invitato anche a non ridurre Francesco a una lettura parziale: «Francesco non può essere ridotto all’ecologista, al giullare giocoso, alla relazione romantica con Chiara». Al centro della sua esperienza, ha ricordato, rimangono la fede, la preghiera, il silenzio, la penitenza e il rapporto profondo con Dio.

Da questa dimensione spirituale nasce anche la forza con cui Francesco affronta le difficoltà e costruisce la fraternità. Una strada nella quale trova spazio anche la perfetta letizia, che non coincide con il successo o con il riconoscimento degli altri, ma con la capacità di attraversare le prove con amore e pazienza.

Nella parte conclusiva, il vescovo emerito ha richiamato il Cantico delle Creature e la preghiera davanti al Crocifisso di San Damiano, soffermandosi in particolare sull’umiltà come elemento fondamentale della spiritualità francescana.

A ottocento anni dalla morte del Santo, il messaggio di Francesco continua così a interrogare la comunità cristiana e non solo, riportando al centro parole come fede, speranza, carità, umiltà e servizio.

La celebrazione del 4 ottobre ha concluso le giornate francescane tifernati, rinnovando il legame storico e spirituale tra San Francesco, Città di Castello e l’Alta Valle del Tevere.

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