Sanità, sicurezza, Montedoglio, anziani e soprattutto giovani. Con Gianluca Finocchi, esponente di Azione a Pieve Santo Stefano, siamo partiti da un concetto semplice: la Valtiberina Toscana e l’Alto Tevere Umbro continuano troppo spesso a essere trattati come due mondi diversi, quando per chi ci vive non è affatto così.
La E45 la percorri in pochi minuti. Da Pieve Santo Stefano arrivi a Sansepolcro, poi entri in Umbria, passi San Giustino e sei a Città di Castello. Nella vita di tutti i giorni il confine quasi non si vede. Quando però si parla di sanità, servizi, sicurezza o burocrazia, quel confine torna fuori eccome.
Da qui siamo partiti con Gianluca Finocchi, giovane esponente di Azione di Pieve Santo Stefano. Una chiacchierata senza troppi giri di parole, cercando soprattutto di capire come guarda al territorio una generazione che dovrà, per forza di cose, iniziare a prendersi qualche responsabilità in più.
Gianluca, parto da una cosa che dico spesso: questa valle secondo me è una sola. Toscana e Umbria sono divise amministrativamente, ma chi ci vive passa da una parte all’altra continuamente. Tu come la vedi?
«Io la vedo esattamente così, anche perché l’ho vissuta sulla mia pelle. Sono di Pieve Santo Stefano, ho fatto le scuole qui, ma poi sono andato alle superiori a Città di Castello. Per me quindi il confine tra Toscana e Umbria non è mai stato una barriera vera.
Ci sono tante questioni che ci uniscono: la E45, Montedoglio, i servizi, la sanità. Anche come Azione abbiamo sempre cercato di avere rapporti con l’Umbria. Secondo me bisogna iniziare a ragionare meno per confini e molto di più per territorio. Perché alla fine i problemi delle persone non si fermano davanti al cartello “Toscana” o “Umbria”.»
Il caso più evidente è la sanità. Se uno si fa male in una zona di confine, magari ha Città di Castello a dieci minuti e Arezzo molto più lontana. Possibile che ancora non si riesca a ragionare in maniera più semplice?
«Secondo me questo è proprio uno dei punti sui quali bisognerebbe lavorare. A volte siamo noi cittadini a dover capire dove andare, quando invece dovrebbero essere gli enti a dialogare tra loro.
Se hai un problema e Città di Castello è più vicina, deve esserci la possibilità di valutare quella soluzione. Se invece la situazione è più grave e serve andare direttamente ad Arezzo, si va lì.
A me è capitato personalmente di avere bisogno di un intervento e pensavo che arrivasse la Misericordia di Pieve. Invece doveva arrivare un mezzo da Anghiari. Alla fine ci metteva quasi più tempo a venire a prendere me che non io ad arrivare a Sansepolcro. Sono cose che fanno capire quanto servirebbe un’organizzazione più elastica.»
Sulla sicurezza invece molti Comuni hanno investito nelle telecamere. Però se ognuno guarda solo le proprie, si perde metà del vantaggio.
«Esatto. A Pieve negli ultimi anni sono state installate molte telecamere, anche grazie alla collaborazione tra pubblico e privato, soprattutto nei punti di ingresso e uscita del territorio.
La cosa importante è che le forze dell’ordine possono accedere a queste immagini e questo ha già permesso di individuare mezzi rubati o sospetti.
Però il passaggio successivo è proprio quello che dici tu: queste informazioni devono circolare. Se una macchina passa da Pieve, poi prende la E45 e va verso Sansepolcro o Città di Castello, non ha senso fermarsi al confine comunale. Le forze dell’ordine, da questo punto di vista, possono essere il vero collegamento tra territori diversi.»
Poi c’è Montedoglio. La diga è a Pieve Santo Stefano, ma l’acqua serve mezzo territorio. E spesso chi vive lì ha quasi la sensazione di vedere passare una risorsa senza riuscire a sfruttarla fino in fondo.
«Montedoglio ormai è una realtà importantissima. All’inizio sicuramente è stata anche qualcosa di traumatico per il territorio, perché ha cambiato completamente una zona e sappiamo che venne spostata anche la Madonnuccia.
Oggi però bisogna guardare avanti. L’acqua serve per l’irrigazione, serve Arezzo, serve territori molto più ampi. Il problema è che il lago dovrebbe diventare anche qualcosa di più per Pieve.
Noi stiamo cercando di ragionare sulla possibilità di renderlo più vivibile: pesca, passeggiate, picnic, turismo lento. Non deve essere soltanto un lago che guardi passando dalla E45.
C’è poi il tema della pulizia e della manutenzione, e chiaramente non può essere tutto sulle spalle del Comune di Pieve. Se è una risorsa che serve tanti territori, allora tutti devono fare la propria parte.»
Ti porto su un altro tema che secondo me sarà enorme nei prossimi anni: gli anziani. Parliamo tanto di giovani, giustamente, ma nei nostri territori la popolazione invecchia e le RSA sono sempre più necessarie.
«Questo è vero. Pieve ha una RSA che funziona bene ed è una fortuna, però i posti sono sempre richiesti. E questo ci fa capire quello che succederà nei prossimi anni.
Avremo sempre più anziani, soprattutto nelle aree interne, e spesso i figli lavorano lontano. Non sempre una famiglia è in grado di assistere una persona non autosufficiente a casa.
Le RSA costano, sono strutture complesse da gestire, servono personale e livelli di assistenza elevati. Però non possiamo far finta che il problema non esista. Anzi, credo che nei prossimi anni dovremo pensare a rafforzarle e probabilmente anche ad ampliarle.»
Chiudiamo sui giovani, che poi è anche il senso di questa trasmissione. Si studia, ci si laurea, magari si fa anche un dottorato e poi si scopre che per costruirsi una vita bisogna andare altrove. Dove stiamo sbagliando?
«La prima risposta è molto semplice: gli stipendi.
Io sto facendo un percorso nella ricerca e vedo direttamente certe differenze. Un dottorando in Italia può partire da circa 1.200 euro al mese. Se poi vivi in una città come Bologna, una parte enorme se ne va nell’affitto.
All’estero spesso le condizioni sono molto diverse. E allora è normale che un ragazzo faccia due conti e dica: perché devo rimanere qui?
Poi c’è anche un’altra questione. La mia generazione guarda molto di più all’equilibrio tra lavoro e vita privata. Non significa non avere voglia di lavorare. Significa però non voler vivere soltanto per il lavoro.»
Quindi un posto come Pieve può ancora essere attrattivo per un giovane?
«Secondo me sì. Non possiamo pensare che un Comune risolva il problema degli stipendi, quello no. Però può creare le condizioni per vivere bene.
Se io ho una buona connessione, servizi adeguati e posso lavorare anche per un’azienda che sta a Milano rimanendo a Pieve Santo Stefano, allora cambia tutto.
Il vero punto è dare possibilità. Perché spesso si sente dire che i giovani non vogliono fare sacrifici, non vogliono sposarsi, non vogliono fare figli. Però se guadagni poco, non puoi avere un mutuo e non sai nemmeno dove sarai tra due anni, come fai a programmare qualcosa?
Secondo me prima di giudicare i giovani bisognerebbe chiedersi se li stiamo davvero mettendo nelle condizioni di costruirsi un futuro.»



