La riapertura dell’eremo, la storia dei luoghi francescani e il confronto sul turismo. Le interviste ai protagonisti della giornata, dal rettore Marianelli al sindaco Veschi.
SAN GIUSTINO – Tanta gente a Villa Graziani per “Orizzonti Francescani”. La mattinata di sabato 10 ottobre ha riunito studiosi, musicisti, rappresentanti delle istituzioni e del mondo francescano, con interventi che hanno dato al pubblico buone ragioni per esserci. Si è parlato della presenza di Francesco nella valle, di arte e architettura, dei brani composti dai frati della Verna e di percorsi da conoscere in bicicletta.
Per qualcuno è stata anche l’occasione di una scoperta. Nel parco della villa c’è un piccolo eremo dedicato a San Francesco, riaperto al pubblico per la giornata. La tradizione lo lega a una sosta del santo lungo il viaggio tra Assisi e La Verna. Un luogo poco conosciuto, anche da chi abita qui.
Nelle interviste raccolte a Villa Graziani è tornata più volte la necessità di collegare questo patrimonio e renderlo visitabile. Il Comune guarda alla riapertura di Castello Bufalini e alla valorizzazione del Museo del Tabacco. E punta a costruire percorsi insieme alla parte toscana della vallata.
Nadia Burzigotti, quali luoghi testimoniano la presenza francescana a San Giustino?
«Ci sono il piccolo eremo di Villa Graziani, la Fonte di San Francesco nella zona dell’Altomare e l’ex ospizio della Verna. Quest’ultimo nasce a Selci e viene poi trasferito, verso la fine dell’Ottocento, nella località Micchio di Pitigliano».
Confesso che non conoscevo l’eremo nel parco. Che cosa sappiamo della sua storia?
«È particolare trovare un alloggio eremitico nel verde di una villa del Seicento. Secondo la tradizione, Francesco si fermò in questo luogo durante uno dei suoi viaggi tra Assisi e La Verna. Gli abitanti costruirono il piccolo eremo per ricordare quel passaggio. Carlo Graziani, quando edificò la villa, si prese a cuore questo luogo e lo mantenne nel parco come spazio di contemplazione e riposo».
A quando risale?
«Probabilmente è precedente alla villa. La lapide porta la data del 1622, che ricorda anche il termine di alcuni lavori nell’edificio storico. Vi è ricordata un’indulgenza concessa dal vescovo di Città di Castello ai fedeli che si fossero fermati qui in preghiera. C’è anche un ambiente nel quale è ricostruito un letto simile a quello della Verna».
Loretta Zazzi, assessora alla Cultura, da dove nasce Orizzonti Francescani?
«Dalla volontà di dedicare una giornata alla storia e all’arte dei nostri luoghi, ma soprattutto di creare collegamenti tra loro e riscoprire il paesaggio dell’Alta Valle del Tevere. Con questa occasione abbiamo riaperto la piccola cappella nel parco, dove la tradizione ricorda un passaggio di Francesco».
L’obiettivo è riportare San Giustino nei cammini francescani?
«Sì, vogliamo ricollocarlo in questi percorsi e valorizzare Villa Graziani, gli scavi di Colle Plinio e gli altri luoghi che abbiamo intenzione di collegare. Crediamo in San Giustino come centro culturale tra Umbria e Toscana. Anche la futura riapertura di Castello Bufalini sarà un’occasione importante per accogliere visitatori».
Don Andrea Czortek, quali testimonianze documentano il passaggio di Francesco nella valle?
«La prima, potremmo dire, è geografica: ci troviamo tra Assisi e La Verna. Ci sono poi testimonianze antiche, anche se indirette. Le prime fonti biografiche, da Tommaso da Celano alla Compilazione di Assisi e a Bonaventura da Bagnoregio, riportano la presenza di Francesco nella nostra valle, in particolare a Sansepolcro, Montecasale e Città di Castello. Non abbiamo invece documenti diretti che ne attestino la presenza».
Come dobbiamo leggere le tradizioni legate a una fonte, a una pietra o a un eremo?
«Come storici abbiamo l’ingrato compito di demitizzare, ma sono comunque luoghi interessanti. Distinguerei i “luoghi di Francesco”, dove è verosimile che sia transitato in vita, dai “luoghi di San Francesco”, legati spesso alla memoria popolare e alla presenza di conventi o piccole comunità di frati. Queste tradizioni hanno tramandato la sua memoria di generazione in generazione. Hanno fatto sì che Francesco diventasse uno di famiglia, uno di noi».
Massimiliano Marianelli, rettore dell’Università di Perugia, che rapporto c’è tra Francesco e l’arte?
«Un rapporto molto profondo. La povertà francescana riguarda il desiderio di non possedere. Questo si lega al valore dell’arte, alla possibilità di guardare qualcosa senza volerlo prendere o modificare. La bellezza richiede un lavoro su noi stessi, perché ciò che abbiamo davanti possa emergere per quello che è. L’arte è una forma sensibile di questa bellezza».
E il cibo come entra in questo rapporto?
«Penso al film “Il pranzo di Babette”. Il cibo diventa occasione di incontro con la bellezza e con gli altri. Attraverso quel pranzo si ritrova una relazione, si passa dall’incomunicabilità alla parola. Verità, bellezza e bene vanno insieme».
Frate Rafael Normando, del Sacro Convento di Assisi, l’arte può aiutare il dialogo tra religioni diverse?
«Certo. Francesco riesce a fare pace tra il podestà e il vescovo di Assisi e va fino al sultano. In quell’incontro comprende la grandezza della fraternità. Gli affreschi della Basilica di Assisi parlano ancora oggi al cuore dei pellegrini. Molti escono portando a casa qualcosa in più, anche nella capacità di dialogare con gli altri».
Tra guerre e contrapposizioni, quale messaggio di Francesco serve di più?
«La fraternità. Saper convivere con la diversità, parlare e condividere pur restando con idee e certezze differenti. Avere empatia, accettare l’altro. Mi piace molto la parola accogliere: significa dare spazio dentro di me all’altro. Francesco lo ha fatto e ci chiede di farlo».
Alessandro Petrani, che cosa ci racconta l’architettura dei luoghi francescani?
«Ci racconta ancora il messaggio delle origini. Ci sono un’architettura rurale e una urbana, diverse ma simili nella ricerca della semplicità, nella purezza delle linee e dei materiali. Ritroviamo quei valori di semplicità e povertà che appartengono alla dottrina francescana».
L’Italia ha un patrimonio enorme. Come si conserva questa parte?
«Nel caso dell’architettura francescana abbiamo un vantaggio: spesso è fatta di geometrie e materiali semplici. Serve la capacità di prevedere gli interventi e mantenere coerenza nella cura dei materiali e delle strutture. Rispetto ad altre situazioni più complesse, abbiamo buone possibilità».
Katarina Polchi, che cosa sono le “Serafiche Armonie” che avete portato a Villa Graziani?
«È un volume pubblicato recentemente dal Santuario della Verna, con 27 composizioni tra Ottocento e Novecento. Un itinerario musicale dalla preghiera dei vespri alla solennità del transito di Francesco. Questi pezzi nascono per la quotidianità dei frati, per la loro vita comune. Sono rimasti nei cassetti per cento o duecento anni e sono stati riscoperti grazie a un lavoro di trascrizione e revisione».
Che cosa raccontano?
«Contemplazione, serenità, rapporto con la natura. I testi parlano d’amore e fratellanza. Per noi del Musica Amoris Trio è un onore farli ascoltare al pubblico. Sono particolarmente legata all’“Inno a San Francesco”: parla di natura e armonia, è un brano molto disteso ma pieno d’amore».
Moravio Del Gaia, come avete scelto gli itinerari della guida ciclistica dell’Alta Valle del Tevere?
«È stato difficile scegliere tra tanti percorsi. Siamo partiti dalle tracce e dalle orme di Francesco. Lungo quelle strade abbiamo trovato anche testimonianze civili e militari che meritano di essere conosciute e che abbiamo descritto nel libro».
Da dove consiglia di cominciare a chi conosce poco la valle?
«Dalla zona di Anghiari, tra Montacuto e Pieve di Santa Maria, oppure dal territorio di Monte Santa Maria Tiberina, ricco di storia, natura e arte. La nostra è una valle unica: i confini sono nelle nostre menti. Poi bisogna naturalmente fare i conti con le pendenze e scegliere secondo le proprie capacità».
Goliardo Nofri, come nasce questa guida?
«Dalle escursioni del gruppo di cicloescursionismo del CAI. Non siamo ciclisti che devono fare il tempo o i chilometri: vogliamo andare nei posti e vedere le cose belle. Prima di ogni uscita studiavamo quello che avremmo incontrato, dal Castello di Sorci a Pianettole alla Pieve di Santa Maria alla Sovara. Avevamo preparato delle dispense e il libro è nato mettendole insieme».
Chi vuole può venire con voi?
«Sì. C’è anche l’associazione Ciclovagando. Può partecipare chi è iscritto a una società di ciclismo e quindi ha una copertura assicurativa. È una realtà aperta».
Letizia Michelini, consigliera regionale, questa valle può superare il turismo di passaggio?
«Credo di sì, perché si sente sempre di più il bisogno di fermarsi. Nella vita quotidiana siamo presi da mille impegni e, quando possiamo staccare, cerchiamo di farlo davvero. La nostra vallata è una meta adatta, con il paesaggio, la spiritualità e gli aspetti più autentici del turismo lento. Comuni e associazioni stanno lavorando in questa direzione».
Lei è stata sindaca di Monte Santa Maria Tiberina e ha insistito molto sui rapporti tra le due regioni. Perché è ancora così difficile?
«Le interlocuzioni tra Umbria e Toscana ci sono, ma la divisione amministrativa pone dei limiti. Servono amministratori che credano nell’obiettivo e lavorino insieme. I Comuni devono chiedere alle due Regioni un’integrazione vera. San Giustino ha dimostrato di crederci e può essere un punto di riferimento».
Sindaco Stefano Veschi, San Giustino vuole essere il collegamento tra le due parti della Valtiberina?
«Sì, siamo un anello di congiunzione tra la parte umbra e quella toscana, anche nelle celebrazioni degli ottocento anni dalla morte di Francesco. Quello di oggi è un convegno importante, con relatori qualificati e con il rettore Marianelli, nostro concittadino. Ci stiamo impegnando per costruire un circuito turistico continuo tra Umbria e Toscana».
Tra i luoghi da valorizzare c’è anche il Museo del Tabacco. Che futuro avrà?
«Sarà restituito al pubblico sia come museo sia come sede di convegni. È una parte della nostra tradizione, racconta la nostra storia e sarà importante nelle politiche turistiche del Comune, insieme a Cospaia e alla storia della sua Repubblica».



